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superBALLO
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(Ediz. “I Quaderni di
Danza” – Akkuaria, 2006)
Il presente saggio raccoglie e organizza i materiali utilizzati
in una serie di conferenze svoltesi in ambito universitario e
divulgativo al fine di porre le basi teoriche e pratiche di
quello stile di danza interpretativa della poesia araba che
viene definita come “danza medioevale”.
Stimolata dall’interesse per i contenuti poetici, simbolici e
filosofici della poesia arabo-persiana di epoca classica, già
in passato l’Autrice aveva coreografato performance di
teatro-danza in cui attrici-danzatrici recitavano liriche di Rūmī,
Jāmī e Ibn al-‘Arabī, enfatizzando le atmosfere
sospese e simboliche conferite all’azione teatrale. Nonostante
l’esito soddisfacente di quelle rappresentazioni, più ci si
addentrava nell’essenza di quei testi poetici, più si
percepiva la necessità del superamento di un sistema che
prediligeva ancora, un canale meramente verbale. Forte della
conoscenza di alcuni principi del teatro-danza indiano, con
questo saggio ha inteso ricostituire quell’unicità di testo
poetico, musica e danza che gli autori classici avevano
conosciuto ed auspicato. Non procede perciò ad
un’ulteriore innovazione formale ed estetica
all’interno del già vasto panorama della danza mediorientale,
ma grazie all’utilizzazione del canale pre-verbale della
mimica danzata, intende
esaltare ciò che in arabo è chiamato dayq,
“il gusto”, cioè la possibilità di fruire di un’opera
senza la mediazione dell’intelletto, affinché essa si imprima
profondamente nell’anima, fondendosi con le sue qualità.
Dal
momento che le fonti attualmente disponibili agli studiosi non
consentono di conoscere con sufficiente esattezza quali fossero
le forme espressive della danza araba medioevale, l’Autrice
attinge a due repertori di danza ad essa connesse e a tutt’oggi
praticati: il samā‘
dei Sufi e la danza Kathak dell’India settentrionale, nonché
ad alcuni elementi presenti nella danza classica persiana di
epoca qajar. Così facendo, sopperisce alla scarsa disponibilità
delle fonti descrittive con elementi tratti per analogia da quei
repertori, integrandoli con i contenuti della vasta
trattatistica musicale e filosofica araba, i cui principi
generali sono applicabili ad un contesto coreutico.
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Il
saggio si inserisce dunque nell’ambito di una ricerca
ricostruttiva e reinterpretativa ancora in fieri e lungi
dall’essere completata, delineandone i fondamenti teorici e
introducendo alcune applicazioni pratiche nel contesto del teatro
danzato.
L’ipotesi
di ricodificazione di uno stile di danza mediorientale si incentra
sul periodo abbaside, compreso fra la seconda metà dell’ottavo
secolo d.C. e la prima metà del tredicesimo secolo, ed è
incentrato su alcuni brani significativi dei testi Kitāb al-mūsīqī al-kabīr (Il grande libro
della musica) del filosofo al-Fārābī e Murūj
adh-dhahab, (Praterie d’oro) dello storico al-Mas‘ūdī
integrati anche da alcune riflessioni desunte dalla teoria musicale
di al-Kindī. Dopo aver inquadrato questi autori nel loro
contesto storico e culturale, ed aver proceduto ad una disamina
sommaria delle loro opere, l’Autrice analizza in dettaglio i brani
dedicati alla teoria musicale, alla classificazione degli strumenti
musicali, alla mimica cadenzata e alla danza, ponendo in risalto
come tratti identificativi della danza araba medievale “cortese”
siano l’utilizzo del corpo come “strumento a percussione”,
l’adozione di battute dei piedi a fini percussivi sulle partiture
ritmiche e l’utilizzo di moduli interpretativi “mimici”,
elementi stilistici peraltro quasi completamente assenti negli stili
di danza araba attualmente esistenti. La trattatistica di epoca
abbaside è analizzata in quanto strumento che consente
l’individuazione di principi generali di ordine
teoretico-speculativo che fungono da guida
per la creazione artistica. Non si tratta quindi di mera
osservazione empirica di dati “esteriori” o
dell’appropriazione di elementi “popolari” e “tecnici”, ma
di una teoresi speculativa che deduce principi archetipici dalla
trattatistica musicale medievale e li applicati alla coreusi.
Qualora i riferimenti siano mancanti, troppo generici o parziali,
l’Autrice colma questa carenza guardando non a Occidente ma oltre
il Medio Oriente. Ritiene infatti che, ad Oriente del mondo arabo,
l’apprendimento e la pratica della danza, pur conservando il loro
valore estetico-espressivo, assumano una forte connotazione
pedagogica, in quanto – almeno a livello di principio –
rimandano a contenuti simbolici assimilabili a prescindere dalla
loro formulazione verbale.
In
tal senso assurge a particolare importanza l’integrazione tra
danza, musica e testo poetico, che non solo costituisce una parte
consistente dell’ indagine, ma si richiama a quella simbiosi che
era profondamente sentita dagli scrittori, dai compositori e dai
poeti arabo-persiani di epoca classica, ma che la coreusi
mediorientale attuale sembra aver completamente dimenticato.
Concludendo
lo studio delle fonti, l’Autrice passa ad elencare le
caratteristiche salienti della danza araba medievale, vale a dire
l’utilizzo dei piedi a fini percussivi sulle partiture ritmiche
con la varietà dei colpi effettuati con tutto il piede, col solo
tallone, o col solo avampiede, l’adozione di bacchette, cimbali, riqq
e dā’ire che accompagnano i movimenti della danza,
l’ampliamento della gamma di tipologia di percussioni utilizzate
come base ritmica, l’esecuzione di giri “con i piedi ben
piantati per terra” (secondo proprio la descrizione di al-Mas‘ūdī)
ed eseguiti in senso antiorario, la limitata rilevanza espressiva
dei movimenti del bacino a favore di un ruolo prevalente dei
movimenti della periferia corporea, la strutturazione di un
repertorio ove brani di danza pura si alternano a quelli di danza
interpretativa, l’adozione di brani poetici musicati con testi di
poesie sufi e di tradizione persiana, l’utilizzo di una gestualità
codificata, la presenza di una mimica interpretativa del volto e il
ricorso ai principi ispiratori della tecnica interpretativa mutuati
dalle corrispondenze cosmologiche proprie alla teoria musicale
dell’epoca.
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La parte
successiva del libro è invece dedicata all’ipotesi di
ricodificazione della danza araba medievale, ed elenca una serie di
elementi ricostruttivi di tipo pre-espressivo (le posizioni di
base), l’utilizzo della sonorità corporea, l’adozione del
volteggio e della gestualità codificata, abbozzando una teoria
dell’azione espressiva desunta dalla trattatistica musicale del
periodo di riferimento. All’analisi delle posizioni di base e
delle pose segue l’esposizione della teoria del corpo in quanto
“strumento a percussione”, delle applicazioni coreutiche del
modulo quadripartito, del ruolo attribuito al volteggio e alla
“danza di mani”. “Se eseguita con il dovuto livello di
concentrazione – scrive l’Autrice nel concludere il saggio –
la danza interpretativa di un testo poetico della tradizione
arabo-persiana è in grado di condurci in quel mondo archetipico e
primordiale in cui ciascun elemento è immediatamente sperimentato
in ragione delle sue molteplici valenze simboliche. Tale danza,
lungi dal ricercare il bel gesto fine a se stesso, mira a nutrire
simultaneamente tutti gli aspetti dell’individuo, il corporeo,
l’emozionale e l’intellettuale, non essendo motivata da fini di
spettacolarità o da formalismi estetici. Profondamente
legata alla mistica d’Amore come intesa dalla tradizione sufi,
essa ha come suoi temi dominanti l’identificazione e la
differenziazione fra l’elemento umano e quello divino,
rispettivamente manifestate come Amore d’Unione e Amore di
Separazione. Le passioni, i sentimenti e gli stati emozionali
interpretati dalla danza in tanto acquistano rilievo, in quanto
valgono come espressioni parziali, contingenti ed istantanee della
perenne dialettica fra Unione e Separazione, cioè dell’eterno
gioco d’Amore in cui l’Amato si svela incessantemente
all’amante terreno e al contempo gli si nasconde.”
Il
saggio si conclude con la traduzione dei testi di Ibn al-‘Arabī,
Rūmī ed al-Jazā’irī interpretati nelle
composizioni danzate e con una bibliografia relativa alle fonti
accessibili in italiano. |
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