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La
potenzialità terapeutica dell'arte non è una teoria, ma un
dato di fatto che trova riscontro nella realtà ed affonda le
radici teoriche nell'opera di Freud, Klein, Jung, Kris e
Winnicott. Le autrici prendono le mosse dalla prospettiva
psicoanalitica secondo la quale "la creatività
rappresenta l'espressione della sublimazione, cioè di quel
meccanismo di difesa dell'io che viene attivato di fronte
all'emergere di pulsioni sessuali primarie. Tramite questo
meccanismo di difesa, tali pulsioni vengono convertite in
attività socialmente accettate, ossia in mete non
sessuali". Nel capitolo n. 2 viene presentata la danza
come "forma di espressione che appartiene all'uomo fin
dai tempi più antichi", per sottolinearne la
portata libertaria affermatasi agli inizi del 1900. La svolta
più importante si è avuta con il passaggio dalla danza
moderna alla 'nuova danza' che "rifiuta il fine
espressivo e drammatico della danza moderna per concentrarsi
esclusivamente sul movimento in sè e per sè, al di là di ogni
contenuto simbolico (Garaudy R., 1985)". Il
capitolo terzo introduce la danzaterapia, le cui orgini si
possono collocare attorno agli anni '40, quando "alcune
danzatrici americane iniziano a scoprire, partendo dalla propria
esperienza personale, che la danza ha degli effetti terapeutici".
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