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superBALLO

Un trattato inedito di Domenico da Piacenza

 

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Ho rintracciato quest'opera  in un vecchio numero della rivista 'La Bibliofilia', Anno LXV (1963), Dispensa II. Il Direttore Roberto Ridolfi la volle pubblicare integralmente (pp.109-149).

Il manoscritto si intitola De arte saltandi et choreas ducendi  o  De la arte di ballare et danzare. Nel trasmettercene il testo, Dante Bianchi ha consegnato un tesoro ai moderni studiosi di Danza e di Storia della danza. Bisogna tener presente che il manoscritto originale è conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Egli lo ha studiato su microfilm.

L'editore Dante Bianchi definisce Domenico da Piacenza "maestro e compositore di danze della corte di Francesco Sforza", "maestro di danza di Antonio Cornazano, che fu a sua volta maestro di Ippolita Sforza". E' importante inquadrare il rapporto fra Domenico e il Cornazano, non solo perchè uno è il maestro e l'altro l'allievo; ma per il fatto che Cornazano è a sua volta autore di un trattato di ballo, intitolato "Libro dell'arte del danzare" (al quale dedico un articolo specifico in questa stessa sezione). Il libro del Cornazano è una derivazione dell'opera e dell'insegnamento del maestro, anche se si presenta con una impostazione selettiva nei confronti delle danze: infatti in esso si dà risalto solo "ai canti e ai balli degni di una corte", mentre si trascurano quei balli ritenuti inferiori. Secondo Bianchi "Domenico è inventore, il Cornazano ripetitore". E' difficile comunque dire se, avendo preso il Cornazano a modello l'opera del maestro, possedesse effettivamente il testo (nella forma di manoscritto) o si servisse degli appunti presi durante le lezioni ricevute.   

Bianchi, nella sua puntuale e dotta introduzione al testo, spiega perchè "il manoscritto non è tutto di una sola mano", indicando le pagine che "sono stipate assai più delle precedenti", quelle "vergate con molto più larga scrittura", o "di un corsivo affrettato, come per prendere qualche appunto". Egli arriva perfino ad ipotizzare che il manoscritto "può non essere autografo", trattandosi comunque di una "copia abbastanza corretta". L'elemento ortografico non lascia dubbi sul fatto che più mani vi abbiano certamente lavorato. Potrebbe anche darsi che il testo sia stato scritto sotto dettatura personale del maestro, utilizzando più di uno scrivano. Resta da spiegare l'influsso dialettale riscontrabile in numerosi termini. Relativamente alle notazioni musicali, "o erano autografe o furono vergate da mano competente, ciò che richiese, chiunque sia stato, un terzo individuo".

Il trattato prende le mosse dal "moto del corpo". Esso richiede un fisico adatto, bene scolpito dalla natura, dalla testa ai piedi; ma non basta. Occorre molto equilibrio, un giusto mix fra agilità, prontezza e capacità di effettuare le pause. Il movimento deve somigliare a quello di "una gondola che da dui remi spinta sia per quelle undicelle quando el mare fa quieta segondo sua natura". I movimenti si distinguono in nove naturali e tre accidentali, ossia artificiali, in quanto non necessari secondo natura. Per ogni movimento è definita la corrispondenza del tempo. Vengono quindi fissati i tempi e le relazioni fra le danze, che nel manoscritto sono chiamate mexure (misure): bassadanza, quadernaria, saltarello, piva.  Vengono forniti utili consigli sia al suonatore che al danzatore. Per ognuna delle danze presentate, si descrivono i vari modi in cui si possono correttamente eseguire i passi. Segue la descrizione analitica delle varie figure, distinte per uomini e donne. Sono infine presentati alcuni balli minori che si combinavano con le danze principali.