SIMEON ZUCCOLO

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LA PAZZIA DEL BALLO

 

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Simeon Zuccolo di Cologna pubblicò questo libro a Padova nel 1549, per esprimere una condanna etica del ballo in quanto tale. Ne presento il contenuto polemico, non nella presente sezione (RECENSIONI), ma nella sezione TEORIE A CONFRONTO, perchè mi sono pervenute molte domande aventi per oggetto il rapporto fra la morale e la danza, attraverso i secoli. Non avrebbe senso proporre o riproporre, nel terzo millennio, un testo del 1500 se non per ricollegarlo alla filosofia di fondo di questo sito che tratta la danza non solo sotto l'aspetto sportivo ed agonistico, ma anche sotto il profilo storico, letterario e sociologico. 

Noi studiosi di danze siamo abituati a leggere opere che parlano dei balli sempre in termini positivi. Non riusciamo nemmeno ad immaginare che si possa pensare o parlare male dell'attività coreica, che per noi è una forma avanzata di espressione artistica e, nella peggiore delle ipotesi, un modo salutare di fare movimento e ginnastica. Di fronte ad un libro che critica le danze in quanto tali, non siamo preparati ad una reazione positiva. E invece, l'importanza di un'opera come "La pazzia del ballo" consiste proprio nella sua visione completamente negativa della danza, in quanto ci fa leggere l'altra faccia della medaglia che, da soli, non riusciremmo nemmeno lontanamente ad immaginare.

E' chiaro che una visione completamente negativa del ballo si fonda su pregiudizi di ordine morale e non su uno studio tecnico e teorico dei suoi contenuti. Ma è proprio attraverso i ragionamenti e le argomentazioni di chi a tutti i costi intende criticare il fenomeno coreico che scopriamo di questo tutti i risvolti e le implicazioni di natura etica, culturale e sociale.  Il libro 'La pazzia del ballo' ci consegna le cosiddette armi della controparte e, al tempo stesso, ci apre una finestra privilegiata sulle contraddizioni della società italiana ed europea del XVI secolo. 

Si notano immediatamente la differenza di impostazione e i presupposti di partenza rispetto ai manuali ed ai trattati scritti da teorici e maestri di ballo vissuti nei vari secoli. Si nota soprattutto il diverso angolo visuale, che è esterno rispetto al mondo del ballo: l'autore nemmeno si preoccupa più di tanto di avvicinarsi per capire meglio. Le conclusioni di condanna sono già comprese ed implicite nelle premesse, ancora prima di qualsiasi ragionamento.

Anche noi che amiamo le danze possiamo avere una visione parziale dei movimenti culturali connessi e delle relative problematiche etiche, in quanto condizionati dal fatto di operare all'interno del fenomeno. Addirittura possiamo essere indotti nell'errore di pensare che il ballo sia sempre stato unanimemente accettato, amato, supportato. Ci manca l'altro punto di vista: quello di chi, stando fuori dal fenomeno, è contro, più o meno aprioristicamente. 

La realtà è questa: pur essendo innegabile la portata artistica della danza, essa, proprio in quanto forma  espressiva sofisticata, è un prodotto sociale specifico, pregno di contenuti umani, etici ed economici, politici e di classe. Il suo peso specifico aumenta ulteriormente se aggiungiamo il nesso imprescindibile con la sfera sessuale e con il binomio maschio_femmina che rappresenta il quid del mondo e forse dell'universo. 

Date le implicazioni sociologiche del ballo, sono intuibili i motivi che ne fanno oggetto di studio approfondito da parte della antropologia e della etnologia. Solo dal confronto dei vari punti di vista, se ne può ricavare una più completa comprensione. Di qui, il contributo notevole derivante da testi come "La pazzia del ballo" che, nel criticare e condannare le danze, ne mettono in risalto zone d'ombra, peculiarità trasversali e risvolti insospettabili.  

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