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La danzaterapia ha una finalità terapeutica. Pertanto, prescinde da ogni discorso di tipo estetico (forma), per puntare direttamente al contenuto della espressione. Nell'attività artistica, il momento significativo a fini terapeutici è rappresentato dal suo essere proiezione di disturbi e conflitti nascosti. Il terapeuta deve fare un percorso a ritroso all'interno del meccanismo espressivo: partire dall'oggetto dell'attività creativa del paziente per arrivare a ciò che l'ha prodotta e che non è visibile altrimenti. Il retroterra teorico della danzaterapia è dato dalla bioenergetica che propone un metodo di indagine ad analisi congiunta su mente e corpo. Siamo di fronte alla piena affermazione della logica olistica, che considera l'individuo come una totalità inscindibile e non come una semplice somma delle parti (fisiche e psichiche) che lo compongono. Siamo anche oltre la psicanalisi che, nel formulare e sostenere la relazione costante tra fenomeni somatici e fenomeni psichici, fa pendere la bilancia dalla parte di questi ultimi. La danzaterapia rimette il corpo al centro del contesto psicanalitico. Vincenzo Puxeddu definisce la danzaterapia come una attività che consente al paziente di sentire (ritrovare) il "piacere funzionale del proprio corpo" (puxeddu vincenzo, Le Arti Terapie in Italia, Roma, Edizioni Tecnostampa, 1994). Nella danzaterapia il movimento viene estrapolato da ogni contesto di finalità pratiche: diventa ad un tempo motore e scopo. In quanto tale, il movimento provoca una sensazione di piacere perchè ci fa sentire, percepire il corpo. Infine, il movimento ci consente di stabilire un rapporto speciale e in qualche modo unitario col mondo esterno. Per dirla con Shilder, "il modello di portamento del nostro corpo deve essere costruito. E' una creazione e una costruzione, e non un dono"(shilder p., Immagine di sè e schema corporeo, Milano, Angeli, 1984). |
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