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Maria Fux nacque in Argentina nel 1920. Intraprese da piccola gli studi di danza classica, per poi approdare alla danza moderna, disciplina nella quale ebbe come insegnante la famosa Martha Graham. Una forte depressione arrestò la sua carriera di ballerina; ma segnò la svolta decisiva della sua vita, aprendole la strada ad una importante opera di ricerca applicata alla danza. Mentre stava malissimo, capì che la via della salvezza era connessa al danzare. Maria Fux partiva dagli insegnamenti ricevuti per elaborare un linguaggio personale, diverso nei contenuti e nelle forme dai canoni classici. Era il linguaggio dell'io più profondo, e le sue forme erano legate al ritmo della sofferenza interiore. La Fux introduceva nuovi moduli espressivi; dava massimo sfogo alla creatività, liberandosi da ogni vincolo di spazio e di tempo e prescindendo da ogni schema scolastico. In tal modo scopriva (creava) una danza rigeneratrice, riabilitativa, terapeutica. Il libero movimento le dava una sensazione di piacere, riconsegnandole la proprietà e il dominio del proprio corpo. Ne derivavano un riequilibrio insperato della mente ed una ritrovata calma interiore. |
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Una volta sperimentata su se stessa questa nuova filosofia della danza, verificati i benèfici risultati ottenuti, Maria Fux cominciò a pensare seriamente di poterne fare un metodo per aiutare:
Iniziò a lavorare con i primi gruppi di audiolesi, spastici, down e non vedenti. Non mancarono risultati incoraggianti. Attraverso la danza lei metteva in contatto questi 'pazienti' fra di loro e con il mondo esterno in un modo costruttivo e dinamico. Attivava insomma un sistema di relazioni che, sia pure elementari, rappresentavano un coinvolgimento di ogni singolo individuo (altrimenti isolato) in un contesto ed in un gruppo. La danza diventava il ponte levatoio tra la sofferenza e la vita, quasi un cordone ombelicale che legava il paziente alla speranza nel presente e nel futuro. Era un modo per scaricare conflitti e recuperare energie. Insomma funzionava. Il sorriso riaffiorava sulla bocca di persone sofferenti che non sorridevano da anni. |
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Incoraggiata dal successo, Maria Fux cominciò ad organizzare corsi per istruttori, partendo dall'Argentina e dal Sud America, per arrivare agli USA e ai principali paesi europei (Inghilterra, Francia, Spagna, Unione Sovietica, Italia). La sua fama si allargava, e molti allievi si iscrivevano ai suoi corsi, delle più varie estrazioni: danzatori, maestri di ballo, psicologi, educatori. In Italia tenne un corso triennale, iniziato nel 1989, presso la Scuola Civica di Milano. Nel 1992 veniva pubblicato il suo libro Formazione alla danzaterapia (Milano, Odos). |
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Quando parliamo di metodo 'Maria Fux' intendiamo riferirci al tipo di approccio che parte dal suo insegnamento. I suoi allievi, infatti, orientarono le loro successive ricerche e i relativi approfondimenti in direzione di quella disciplina che oggi definiamo danzaterapia. Ma Maria Fux non si è mai definita danzaterapeuta. Ella era ballerina e coreografa: in quanto capace di intraprendere un proprio discorso estetico e culturale, si considerava un'artista, con la chiara visione dei confini entro cui si svolgono le azioni e gli effetti dell'arte. |
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Resta fondamentale la sua sperimentazione della danza utilizzata per agevolare il reinserimento degli handicappati ed il miglioramento dell'equilibrio psico_fisico in generale di ogni persona che ne avvertisse una qualche esigenza. Esaminando il lavoro svolto da Maria Fux nei vari gruppi di sperimentazione, dobbiamo prendere atto della sua grande capacità didattica, comunicativa e creativa. Il suo insegnamento partiva dalla centralità del corpo, dalla proiezione di esso verso lo spazio attraverso il movimento, e dalla percezione del ritmo interno: il battito cardiaco può essere assunto come ritmo di base su cui impostare la più intima e personale delle danze. Lo stesso discorso è applicabile all'ascolto del respiro. Il rapporto col mondo esterno e con la dimensione del quotidiano era recuperato attraverso la utilizzazione, nell'azione danzante, di quegli oggetti ed elementi che abbiamo a portata di mano: dalla sedia al foglio di giornale. Il ritrovato (ricostruito) rapporto con l'ambiente circostante può segnare l'avvio di un recupero del mondo interiore smarrito, o di zone oscure di esso. Ancora più importante è, a mio avviso, la sua intuizione collegata alla concreta ipotesi di una terapia della danza: la necessità di lavorare in equipe a professionalità miste. Avendo vissuto la depressione, ella ne conosceva i pericoli, le tortuosità, la drammaticità. Un conto è proclamare la generica utilità della danza, che aiuta comunque a stare meglio, un conto è analizzare i movimenti liberi del corpo per risalire alla complessità di blocchi emotivi e disturbi mentali. La sua onestà culturale sta proprio nell'aver capito e riconosciuto che il concetto di 'danzaterapia' non è da prendere sottogamba: non si può prescindere dalle specifiche professioni (e competenze) di psicologo e psichiatra. Fermo restando che per un proficuo lavoro sul corpo, mediante l'educazione al movimento e alla libera interpretazione di un ritmo, è indispensabile avere sperimentato su se stessi un metodo valido e collaudato. |
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Maria Fux ha posto un problema di base che ancora oggi è in attesa di soluzione: di chi è appannaggio la danzaterapia? Certamente non del solo insegnante di danza. Non del solo artista. Non del solo psicologo. Chi e cosa sarà mai il danzaterapeuta? |
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